di Roberta Castellarin e Paola Valentini

 

I risparmiatori italiani abbandonano i fondi comuni e le banche non fanno niente per trattenerli. È il quadro che emerge dal confronto tra il bilancio dell’industria dei fondi a fine 2011, chiuso con un rosso per 33 miliardi, e i 35 miliardi cash presenti sui conti di deposito. Allo strumento fondo restano fedeli soltanto i promotori finanziari.

I quali tendono però sempre più a preferire i comparti gestiti dalle case estere, in molti casi migliori per performance rispetto ai competitor italiani, ma anche più generosi nell’elargire retrocessioni alle reti che li distribuiscono.

«L’asset management registra continui deflussi perché le reti tradizionali, ossia gli sportelli, puntano sulle proposte che generano flussi di liquidità per la banca, quindi puntano a collocare le obbligazioni. Le società di gestione italiane, che sono tipicamente emanazione dei gruppi bancari, oggi subiscono questa situazione», sottolinea Maurizio Grigolo, partner di Ernst & Young responsabile per il mercato italiano dell’asset management. Diversa la situazione per gli operatori esteri. «Partono da un patrimonio inferiore e la loro raccolta oggi è possibile grazie ai promotori finanziari. Questi ultimi hanno una logica diversa rispetto a quella dello sportello; non hanno interesse a promuovere i conti di deposito o le obbligazioni e preferiscono proporre i fondi», sottolinea Grigolo.

Nella concorrenza tra gestori esteri e boutique italiane, inoltre, i primi godono di un vantaggio competitivo. «Le grandi case estere possono contare su forti economie di scala, quindi possono applicare retrocessioni sostanziose», conclude Grigolo, che per il settore prevede un 2012 in linea con il 2011, a meno che non si verifichi un importante rally delle borse in grado di accendere l’interesse per le gestioni azionari.

Dall’analisi della situazione del settore spicca la raccolta di Templeton, che nel 2011 ha registrato sottoscrizioni per 5,5 miliardi (si veda intervista in pagina). Fatta eccezione per Mediolanum, i gruppi esteri dominano la top ten per raccolta netta. Tra le società in crescita c’è Ubs Asset Management, che l’anno scorso ha raccolto 400-450 milioni di euro in fondi aperti. È il risultato di un cambio di rotta della sgr del colosso svizzero, che oltre all’attività rivolta agli investitori istituzionali ha deciso di puntare sulla distribuzione tramite le reti di promotori finanziari. «Crediamo che il mercato italiano offra opportunità interessanti soprattutto in questo momento», sottolinea Giovanni Papini, amministratore delegato di Ubs Global Asset Management. «L’attuale situazione ricorda quella di metà anni 80, quando nacque l’industria italiana del risparmio gestito. Allora i risparmiatori erano parcheggiati nei Bot, oggi molta liquidità è finita nei conti di deposito e sarà destinata a trovare nuove forme d’investimento nel prossimo periodo». I numeri danno ragione a Papini. «In Italia si stima che siano attivi circa 2 milioni di conti di deposito, su cui sono depositati circa 35 miliardi di euro», dice Manfredi Urciuoli, direttore commerciale di ConfrontaConti (gruppo Mutuionline). Dalle reti di promotori e dalle divisioni private può però arrivare un rilancio dell’industria dei fondi: «Le banche per la necessità di fare raccolta hanno trascurato il risparmio gestito, mentre nel mondo dei promotori e dei private banker aumenta la consapevolezza di quanto un’architettura aperta sia importante per offrire un buon servizio ai clienti», conclude Papini. (riproduzione riservata)