La quotazione per il rilancio

di Carlotta Scozzari

La lista di buoni propositi per il 2012 stilata dal risparmio gestito «made in Italy», più che lunga ed elaborata, dovrà essere davvero convincente. Sì, perché il 2011 è stato di nuovo un anno nero per i fondi comuni, soprattutto per i prodotti di diritto italiano. Basti pensare che, a novembre (ultimo mese disponibile), in base ai dati di Assogestioni, il risparmio gestito del Bel Paese ha subìto una nuova batosta, con deflussi per i prodotti di diritto italiano pari a -4,73 miliardi (peggio del rosso di 3,2 miliardi registrato a ottobre e dei -1,48 miliardi di novembre degli strumenti esteri). In parallelo, stando ai dati di Assoreti, sempre a novembre i riscatti legati all’attività di distribuzione di quote di fondi hanno riguardato soprattutto i prodotti di diritto italiano (-161,5 milioni, rispetto ai -197,7 del totale risparmio gestito, vedere tabella in pagina). Si tratta dunque, per il 2012, di comprendere quale sia la strada della salvezza, imboccandola una volta per tutte. Giuliano Cicioni, associate partner di Kpmg, ha le idee chiare in proposito: «È fondamentale – dice – superare il modello distributivo attuale, che è chiuso e conferisce molta forza ai canali e poca ai gestori. Per farlo, i fondi dovrebbero essere resi accessibili alla clientela finale retail in maniera analoga alle azioni e agli Etf, tramite piattaforme di execution». Una proposta, quella di portare in Borsa le quote di fondi comuni, che era già stata esaminata dall’industria nel 2008, dietro proposta dell’allora numero uno di Bankitalia, Mario Draghi, ma che era poi stata accantonata anche per la caduta del governo Prodi. Già il gruppo di lavoro promosso nel 2008, sottolinea Francesco Citta, dell’ufficio studi di Copernico Sim, «aveva evidenziato come da diversi anni fosse in corso un deflusso di risparmio dai fondi comuni italiani. Le cause vanno ricercate principalmente nelle asimmetrie regolamentari e nella struttura distributiva». Seppure concordando con Cicioni sulle carenze della catena distributiva, l’esperto di Copernico Sim individua una differente via di fuga. «È necessario – spiega – agire su due fronti: sviluppo della consulenza finanziaria indipendente e aumento della trasparenza dei prodotti “concorrenti” quali le obbligazioni bancarie. Tali interventi permetteranno ai risparmiatori di meglio apprezzare l’elevata diversificazione offerta da questi prodotti e meglio confrontarli con gli altri strumenti collocati da intermediari che troppe volte agiscono in conflitto d’interesse». Concorda su questo punto anche Cicioni, che sottolinea che, specie in questa particolare fase finanziaria, il risparmio gestito italiano «sconta la forte esigenza di liquidità delle banche», che allo sportello preferiscono così spingere prodotti più redditizi, proprio come i bond degli istituti di credito. Alessandro Viviani, partner di Parva Consulting, per spiegare la débâcle dell’asset management pone l’accento sulla crisi economico-finanziaria in corso. «Credo che la situazione del risparmio gestito – fa notare – debba essere letta nell’ambito del contesto italiano attuale di forte e perdurante difficoltà economica. Così, mi sembra coerente che purtroppo alcuni investitori stiano procedendo a disinvestimenti anche per sostenere lo stile di vita. Per quanto concerne quindi il risparmio gestito, il settore nostrano ha comunque dimensioni di tutto rispetto anche a livello internazionale». Viviani aggiunge che, «non soltanto in Italia, è in corso ormai da anni un forte processo di consolidamento per far sì che gli operatori siano in grado di sostenere i crescenti costi di compliance normativa e fiscale cercando di non sacrificare troppo la redditività. Le stesse strutture organizzative in Italia si stanno adeguando agli standard internazionali, con una crescente esternalizzazione delle attività operative per permettere alle Sgr di focalizzarsi sul core business della gestione, distribuzione e sviluppo prodotti». E ciò sebbene, a parere di Viviani, «permanga ancora un livello di frammentazione di operatori e di prodotti probabilmente eccessivo». In ogni caso, la sensazione è che quanto fatto finora in Italia per l’industria dei fondi ancora non basti. L’equiparazione fiscale con gli strumenti di diritto estero, ad esempio, effettiva dal primo luglio, non sembra avere sortito gli effetti sperati. I vantaggi legati al provvedimento, rassicura Citta, «saranno maggiormente visibili nel medio termine, quando sarà possibile confrontare, in modo omogeneo, le performance dei fondi di diritto italiano rispetto a quelli esteri». Allineato anche il presidente dell’Anasf, Maurizio Bufi, che pure, nel commentare la disaffezione delle reti al risparmio gestito, collega il problema alla crisi. «Passata la burrasca – si augura Bufi – ho fiducia in una ripresa del comparto, almeno per quanto ci riguarda, visto che abbiamo sempre utilizzato con i risparmiatori un approccio fondato su diversificazione e trasparenza, le qualità caratterizzanti proprio i fondi. Quanto al deflusso in particolare dei prodotti di diritto italiano – aggiunge il presidente dell’Associazione dei promotori – gli scarsi risultati si inseriscono in questo stesso scenario e gli attesi effetti della loro equiparazione fiscale a quella dei fondi di diritto estero dovranno essere dimostrati nel tempo. In ogni caso, ciò che auspichiamo è che in futuro le Sgr e tutti i canali distributivi, e non solo il nostro, sappiano valorizzare l’industria dell’asset management».