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"La salute prevale sul principio di economicità". Ed
è polemica
"Paradossale che il fattore di spesa sia insignificante, così
le risorse non basteranno"
MICHELE BOCCI
ROMA - No alle dimissioni lampo dagli ospedali, i malati devono essere
rimandati a casa quando stanno bene e non perché lo dicono le linee
guida, che rischiano di seguire criteri di economicità nel dettare
i tempi massimi di ricovero. La quarta sezione penale della Cassazione
ha emesso una sentenza che manda in subbuglio il mondo medico. La decisione
rischia di dare un duro colpo alla politica di riduzione delle giornate
di degenza che caratterizza la gestione della sanità di questi
anni. Oltretutto, come avviene sempre per le sentenze contro i prof sanitari,
qualcuno teme che faccia rifugiare sempre di più i camici bianchi
nella "medicina difensiva", che spinge a prescrivere accertamenti
e terapie inutili per paura di sbagliare.
Il caso affrontato dalla Cassazione (con la sentenza è la 8254)
è quello di un uomo, Romildo B., che sarebbe stato dimesso troppo
velocemente dopo un intervento di angioplastica. Entrato all´ospedale
di Busto Arsizio il 9 giugno 2004 per infarto, è stato rimandato
a casa dopo 9 giorni perché «asintomatico e stabilizzato».
La stessa notte l´uomo è morto. Se non lo avessero dimesso,
dice una perizia legale, sarebbe sopravvissuto. Il medico che firmò
le dimissioni, Roberto G., in primo grado venne condannato a 8 mesi e
in appello fu assolto «perché il fatto non costituisce reato»
perché aveva seguito le linee guida sulle dimissioni. La Cassazione
ha accolto il ricorso di procura e familiari contro la decisione. I giudici
hanno criticato le linee guida «nulla si conosce dei loro contenuti,
né dell´autorità dalle quali provengono, né
del loro livello di scientificità, né delle finalità
che con esse si intende perseguire» oppure se «altro non sono
che uno strumento per garantire l´economicità della gestione
della struttura ospedaliera. A nessuno è consentito di anteporre
la logica economica alla logica della tutela della salute». Il medico
non può usare le linee guida per mettersi al riparo dalle proprie
responsabilità.
In Italia la degenza media è di 6,7 giorni. «La sentenza
può essere un antidoto a un male diffuso: le dimissioni lampo e
forzate. Un fenomeno che, purtroppo, complici la crisi, i tagli e i piani
di rientro, non sembra arrestarsi», dice Francesca Moccia, coordinatrice
del Tribunale per i diritti del Malato-Cittadinanzattiva. La vede in modo
diverso Giovanni Monchiero, il presidente della Fiaso, la federazione
che raccoglie il 60% delle Asl. «Rispetto il merito della decisione
ma sono stupito dalle motivazioni. Le linee guida vengono considerate
paradossalmente insignificanti, quando sono definite a livello mondiale,
e sono frutto di società scientifiche e non aziendali. È
paradossale che la variabile economica sia insignificante. Bisognerebbe,
in tale ottica, condannare il ministro dell´Economia a duplicare,
triplicare le risorse destinate alla sanità».
Il sindacalista Costantino Troise
"Così si alimenta l´insicurezza
Un danno per tutti"
"Siamo ai minimi in Europa, in questi anni si è tagliato molto
senza pensare a una buona assistenza sul territorio"
ROMA - «Negli ospedali italiani sono stati tagliati troppi letti,
è questo il problema». Costantino Troise è il responsabile
del più grande sindacato dei medici ospedalieri, l´Anaao.
Ma la durata della degenza media bassa è un valore o no?
«Certo che è un valore, su questo non ci sono dubbi. Il problema
è che nel nostro paese mancano i letti. Ne abbiamo 3,2 per 1.000
abitanti, siamo ai minimi in Europa. In questi anni si è lavorato
per ridurli senza creare un prima e un dopo il ricovero, cioè una
buona assistenza nel territorio. Questo fa aumentare la domanda e mette
in difficoltà le strutture».
Sentite la pressione delle aziende che vogliono risparmiare?
«Da tempo lamentiamo una cultura aziendalista che tende a mettere
in secondo piano i valori professionali».
Cosa pensa della sentenza?
«Credo che nessun collega semplifichi il proprio giudizio clinico
perché deve liberare un letto. E poi le linee guida le fanno i
professionisti, cioè le loro società scientifiche. Sono
suggerimenti messi a disposizione del singolo medico per aiutarlo a decidere.
Non lo obbligano. La critica alle linee guida non mi convince».
Che effetti avrà questa decisione?
«C´è il rischio che i medici si sentano sempre più
soli quando fanno il loro lavoro. Così perdono sicurezza e questo
è un fatto negativo per tutti».
(mi.bo.)
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