4 marzo 2011

La Cassazione: è reato se il medico dimette un paziente per risparmiare


"La salute prevale sul principio di economicità". Ed è polemica

"Paradossale che il fattore di spesa sia insignificante, così le risorse non basteranno"

MICHELE BOCCI
ROMA - No alle dimissioni lampo dagli ospedali, i malati devono essere rimandati a casa quando stanno bene e non perché lo dicono le linee guida, che rischiano di seguire criteri di economicità nel dettare i tempi massimi di ricovero. La quarta sezione penale della Cassazione ha emesso una sentenza che manda in subbuglio il mondo medico. La decisione rischia di dare un duro colpo alla politica di riduzione delle giornate di degenza che caratterizza la gestione della sanità di questi anni. Oltretutto, come avviene sempre per le sentenze contro i prof sanitari, qualcuno teme che faccia rifugiare sempre di più i camici bianchi nella "medicina difensiva", che spinge a prescrivere accertamenti e terapie inutili per paura di sbagliare.
Il caso affrontato dalla Cassazione (con la sentenza è la 8254) è quello di un uomo, Romildo B., che sarebbe stato dimesso troppo velocemente dopo un intervento di angioplastica. Entrato all´ospedale di Busto Arsizio il 9 giugno 2004 per infarto, è stato rimandato a casa dopo 9 giorni perché «asintomatico e stabilizzato». La stessa notte l´uomo è morto. Se non lo avessero dimesso, dice una perizia legale, sarebbe sopravvissuto. Il medico che firmò le dimissioni, Roberto G., in primo grado venne condannato a 8 mesi e in appello fu assolto «perché il fatto non costituisce reato» perché aveva seguito le linee guida sulle dimissioni. La Cassazione ha accolto il ricorso di procura e familiari contro la decisione. I giudici hanno criticato le linee guida «nulla si conosce dei loro contenuti, né dell´autorità dalle quali provengono, né del loro livello di scientificità, né delle finalità che con esse si intende perseguire» oppure se «altro non sono che uno strumento per garantire l´economicità della gestione della struttura ospedaliera. A nessuno è consentito di anteporre la logica economica alla logica della tutela della salute». Il medico non può usare le linee guida per mettersi al riparo dalle proprie responsabilità.
In Italia la degenza media è di 6,7 giorni. «La sentenza può essere un antidoto a un male diffuso: le dimissioni lampo e forzate. Un fenomeno che, purtroppo, complici la crisi, i tagli e i piani di rientro, non sembra arrestarsi», dice Francesca Moccia, coordinatrice del Tribunale per i diritti del Malato-Cittadinanzattiva. La vede in modo diverso Giovanni Monchiero, il presidente della Fiaso, la federazione che raccoglie il 60% delle Asl. «Rispetto il merito della decisione ma sono stupito dalle motivazioni. Le linee guida vengono considerate paradossalmente insignificanti, quando sono definite a livello mondiale, e sono frutto di società scientifiche e non aziendali. È paradossale che la variabile economica sia insignificante. Bisognerebbe, in tale ottica, condannare il ministro dell´Economia a duplicare, triplicare le risorse destinate alla sanità».


Il sindacalista Costantino Troise

"Così si alimenta l´insicurezza Un danno per tutti"

"Siamo ai minimi in Europa, in questi anni si è tagliato molto senza pensare a una buona assistenza sul territorio"

ROMA - «Negli ospedali italiani sono stati tagliati troppi letti, è questo il problema». Costantino Troise è il responsabile del più grande sindacato dei medici ospedalieri, l´Anaao.
Ma la durata della degenza media bassa è un valore o no?
«Certo che è un valore, su questo non ci sono dubbi. Il problema è che nel nostro paese mancano i letti. Ne abbiamo 3,2 per 1.000 abitanti, siamo ai minimi in Europa. In questi anni si è lavorato per ridurli senza creare un prima e un dopo il ricovero, cioè una buona assistenza nel territorio. Questo fa aumentare la domanda e mette in difficoltà le strutture».
Sentite la pressione delle aziende che vogliono risparmiare?
«Da tempo lamentiamo una cultura aziendalista che tende a mettere in secondo piano i valori professionali».
Cosa pensa della sentenza?
«Credo che nessun collega semplifichi il proprio giudizio clinico perché deve liberare un letto. E poi le linee guida le fanno i professionisti, cioè le loro società scientifiche. Sono suggerimenti messi a disposizione del singolo medico per aiutarlo a decidere. Non lo obbligano. La critica alle linee guida non mi convince».
Che effetti avrà questa decisione?
«C´è il rischio che i medici si sentano sempre più soli quando fanno il loro lavoro. Così perdono sicurezza e questo è un fatto negativo per tutti».
(mi.bo.)

 

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