7 giugno 2010

Pensioni, ecco chi ci perde
Di Marino Longoni


Un lavoratore con 40 anni di contributi versati resterà in azienda un anno in più. E l'assegno alla fine non aumenterà neanche di un euro

La riforma delle pensioni contenuta nella manovra correttiva (decreto legge n. 78) penalizza soprattutto chi intende andare in pensione con 40 anni di anzianità contributiva. Un esempio? Il barbiere sotto casa, se ha raggiunto 40 anni di contributi entro lo scorso 31 marzo, potrà andare a riposo dal prossimo 1° ottobre (6 mesi dopo); ma se a quella data ne ha soltanto 39, incappa nella stretta delle nuove «finestre» e in pensione con il massimo dei contributi potrà andarci dal 1° ottobre 2012 (18 mesi dopo il raggiungimento dei 40 anni di contribuzione, che avverrà al 31 marzo 2011). Un anno di lavoro in più. Ma, e questa è la cosa più grave, quell'anno in più di lavoro non frutterà nulla dal punto di vista previdenziale: a differenza di tutti gli anni di lavoro precedenti, infatti, non servirà ad aumentare l'assegno pensionistico. Da questo punto di vista, un anno e più di contributi persi, regalati. E dire che si tratta di lavoratori che hanno già dato il massimo (40 anni di lavoro) al sistema economico. Una vera e propria ingiustizia, dunque. Forse anche non del tutto legittima dal punto di vista giuridico. Perché, in materia previdenziale, andrebbe pur sempre rispettato quello che i giuristi chiamano il sinallagma. Vale a dire l'esigenza che a fronte di una prestazione (il contributo versato) ci sia sempre una controprestazione (l'assegno pensionistico). Non importa se quest'ultimo è calcolato con il sistema contributivo o retributivo, o addirittura con altri metodi, l'importante è che nessuno sia costretto a pagare a fondo perso. Proprio per questo non sarebbe strano che il meccanismo individuato dal decreto legge 78 finisse per essere bocciato dalla Corte costituzionale. Oppure incontrasse la riprovazione dell'Unione europea che in materia previdenziale, come ha dimostrato anche di recente sulla questione dell'età pensionabile delle donne del pubblico impiego, è sempre molto (e forse fin troppo) attenta. In realtà nella manovra correttiva ci sono alcuni indizi che sembrano rivelare un disegno di fiscalizzazione del sistema previdenziale. Il primo indizio è proprio l'allungamento (esagerato) delle finestre che, come detto, costringono a lavorare con una doppia tassazione: Irpef e contributi previdenziali (non sarebbe accaduto lo stesso se, al posto delle finestre, si fosse elevata l'età di pensionamento). Il secondo indizio è il reclutamento delle Casse professionali sotto l'egida dello Stato. Il terzo è l'abrogazione della norma che evitava, ai lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, amministratori ecc.), la doppia iscrizione all'Inps, alla gestione commercianti e alla gestione separata. Una scelta legittima. Ma se è importante far quadrare i conti (e la fiscalizzazione aiuta), occorre pure garantire un adeguato livello di tutela dei cittadini, oggi lavoratori e domani pensionati. © Riproduzione riservata

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