| E la polizza fa il check-up
al medico
CAMILLA GAIASCHI
Malasanità che trovi, assicuratore che scappa. Già nel «rione
Sanità» all’italiana c’è la voragine dei
conti dell’assistenza pubblica (Regione Lazio in testa). Ci sono
strutture fatiscenti, come denuncia Giuseppe Rotelli, presidente del Gruppo
Ospedaliero San Donato («il 60% degli ospedali italiani è
stato costruito prima della Seconda Guerra Mondiale»), proponendo
un progetto di sistema ospedaliero basato sul project financing e la collaborazione
tra pubblico e privato. «Niente di inedito - ammette - ma oggi spero
ci siano le condizioni».
Ma non c’è solo l’hardware da rivedere. Anzi, il problema
più grosso sta nel software del sistema, su cui pesano gli scandali
più clamorosi (vedi la clinica Santa Rita di Milano) ma anche la
cronaca minuta, di piccole e grandi disfunzioni o distrazioni che costano
anche in termini economici. Il risultato? Pochi lo sanno, ma cala a vista
d’occhio il numero delle compagnie assicurative intenzionate a stipulare
polizze con cliniche e Asl. «Da quattro o cinque anni - spiega Maurizio
Belloni, direttore generale di Rva Rasini Viganò, società
di brokeraggio assicurativo e consulenza del rischio - è sempre
più difficile trovare assicuratori italiani disposti a investire
nel settore sanitario».
E per due buone ragioni. La prima ha a che fare con l’aumento dei
sinistri, su cui la stampa in questi ultimi anni ha generosamente puntato
i riflettori: «In questo caso il rischio per l’assicuratore
è di ritrovarsi con un flusso di cassa negativo, per il semplice
motivo che la cifra complessiva sborsata per coprire gli incidenti è
superiore da quella riscossa con i premi». Come dire: l’equazione
tanti sinistri uguale tanti premi non funziona più. E se non funziona
più, meglio stringere la cintura. La seconda ragione ha invece
a che fare con la concorrenza degli assicuratori stranieri, per esempio
britannici, disposti a scendere sul prezzo dei premi e di conseguenza
ben più competitivi di quelli italiani. Morale: «Gli assicuratori
- precisa Belloni - non sono più in grado di coprire i rischi a
fronte di premi contenuti».
E questo nonostante i dati dicano che la spesa della sanità per
assicurazione contro il rischio aumenta ogni anno del 20%. A fronte, però,
replicano i broker, di una crescita esponenziale delle denunce: aumentate
del 200% in dieci anni, dalle 9.484 nel 1995 alle 28.500 nel 2005. Mentre
le richieste di risarcimento danni passano da 1.621 nel 1999 a 2.040 nel
2007 per la sola Lombardia. Insomma, la salute è davvero un rischio...
«Era già successo una decina di anni fa con le cartiere -
continua Belloni - gli assicuratori se ne erano allontanati per i troppi
incendi per poi tornare indietro a fronte di un calo degli incidenti.
Oggi lo stesso problema si ripete con il comparto sanitario». E
così, per cercare rimedio, si rovesciano i ruoli: il paziente è
l’ospedale. Il check-up, invece, lo fa il broker. «Quello
che intendiamo fare - spiega Belloni - è uno studio della struttura
ospedaliera in questione, per capire quali sono i settori più a
rischio per poi mettere a punto delle polizze su misura». È
un passo importante, ma solo un primo passo. L’obiettivo vero è
la compressione dei costi dovuti agli errori sanitari che pesano nel bilancio
di un’azienda sanitaria per il 10% circa, se si tiene conto degli
esami aggiuntivi, le complicazioni e i tempi di extra-degenza. Senza dimenticare
i casi più gravi - e per fortuna più rari - di scambi di
pazienti.
Anche qui, come nel caso del project financing, la soluzione sembra poter
nascere dal gioco di squadra, ovvero dalla condivisione delle competenze.
Il primo risultato è hSafety, un software frutto della collaborazione
tra Postecom (società del gruppo Poste Italiane), Rva Rasini Viganò,
Innovation, società di consulenza informatica, la Fondazione Cerba
(Centro europeo di ricerca biomedica avanzata), Ieo (Istituto europeo
di oncologia) e il Centro cardiologico Monzino. HSafety, in fase di sperimentazione,
è un application server provider in grado non solo di individuare
ma, novità per l’Italia, di prevenire il rischio clinico.
Il sistema, programmato sulla base del check-up della struttura ospedaliera,
è in grado di segnalare al personale (medici e infermieri) le situazioni
di rischio via cellulare, palmare o con un semplice cicalino.
Cerba, Ieo e Centro Monzino hanno recentemente dato il via alla sperimentazione
per la chemioterapia, il pronto soccorso e la chirurgia. Il bilancio,
per strutture che già oggi si affidano a un consulente del rischio,
indica una compressione dei costi del 20-30%, con parallelo taglio dei
premi. Dopo i test così soddisfacenti, da settembre il prodotto
entrerà sul mercato. Anche così, con una task force di specialisti
dell’information technology, della consulenza del rischio e di strutture
ospedaliere di punta si può rimediare alla malasanità.
«È necessario operare un cambiamento culturale - conclude
Leonardo La Pietra, direttore sanitario dell’Ieo - non aspettare
che avvenga la tragedia prima di intervenire». Lavorare a monte,
quindi: «Da anni operiamo la prevenzione del rischio. A volte bastano
gesti semplici, come quello di contare lo strumentario prima di operare
o controllare l’identità del paziente. L’obiettivo
è quello di far sì che il paziente non corra rischi al contatto
con l’azienda sanitaria. Il sistema hSafety non potrà che
aiutarci a diminuire ulteriormente la possibilità d’insorgenza
del rischio».
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