8 febbraio 2010

Grandi aspettative per la proroga del condono dopo il successo di quello chiuso a dicembre Il flusso di capitali in rientro dovrebbe continuare fino ad aprile
WALTER GALBIATI

Gli addetti ai lavori lo hanno chiamato Scudo quater. Il quarto condono fiscale dell’era Tremonti che per gli evasori di tutta Italia dovrebbe bissare il successo di quello chiuso al 15 dicembre 2009. Si protrarrà fino alla fine di aprile e nelle stime dovrebbe far rientrare altri 30 miliardi di euro. Nell’edizione appena chiusa il bottino ha rasentato i 100 miliardi, che con una aliquota del 5% ha garantito un gettito di quasi cinque miliardi di euro. Una minimanovra finanziaria tale da soddisfare qualche esigenza di cassa del disastrato bilancio pubblico italiano. Ora cambia la tassa, chi aderisce entro il 28 febbraio paga un’aliquota del 60% del rendimento presunto (2% per cinque anni) delle attività rimpatriate o regolarizzate, che secondo le regole si traduce in un 6% del capitale emerso; per chi invece lo farà entro il 30 aprile l’aliquota sarà pari al 70%, il che equivale al 7% del capitale emerso.
L’entusiasmo che ha portato al successo del primo scudo dovrebbe continuare. Anche perché le aliquote, seppure alzate di qualche punto percentuale, restano davvero basse, più basse di tutte quelle degli altri scudi lanciati al di qua e al di là dell’Oceano. E sono state proprio le aliquote a fare la differenza nei numeri. Solo lo scudo degli Stati Uniti dovrebbe aver raggiunto una cifra superiore ai cento miliardi di euro, poco più di quella italiana pur di fronte a un Paese popolato quanto l’intera Europa e con aliquote per niente accomodanti, visto che il Fisco ha chiesto ai quasi 15mila evasori che hanno aderito di pagare le tasse previste normalmente, scontando loro solo le sanzioni dovute. La Francia si è dovuta "accontentare" di rimpatri per 6 miliardi, il Regno Unito per 2 miliardi di sterline, l’Olanda per 1,5 miliardi. «Non si può negare che la manovra varata dal governo italiano sia stata un successo. Il gettito stimato si parlava di 3,7 miliardi di euro è stato abbondantemente superato e con il prolungamento dei termini si farà ancora meglio», commenta il professor Tommaso Di Tanno, docente di diritto tributario dell’Università di Siena. Una delle chiavi del successo è stata la rinnovata capacità dell’amministrazione di confrontarsi col contribuente. «Da sempre la pubblica amministrazione, ha mostrato i suoi limiti quando si trattava di instaurare rapporti col contribuente. In occasione dello scudo invece, non è andata così, in quanto ha saputo cogliere le esigenze dei contribuenti e rispondere in modo chiaro, adeguato e veloce», spiega Di Tanno, in genere critico, e spesso in contrasto, con l’amministrazione.
Un esempio di come siano stati affrontati e risolti i problemi è la questione degli immobili. «In passato per sanare gli immobili, era necessario o venderli o conferirli a una società. Di fronte a queste due soluzioni estreme e alle domande avanzate dai professionisti, l’Agenzia delle Entrate ha individuato una soluzione adeguata come quella di conferire gli immobili a una società fiduciaria, di modo che la proprietà rimanga sempre alla persona fisica e l’anonimato sia garantito dalla fiduciaria stessa», sostiene Di Tanno.
Non si capisce invece quante risorse siano effettivamente rientrate nel Paese. Secondo i dati del ministero, il 98% del denaro emerso, circa 93 miliardi, è stato realizzato tramite rimpatri «effettivi», tanto fisici quanto giuridici, mentre il rimanente 2% è derivato dalle regolarizzazioni, lo status previsto per quelle ricchezze rimaste nei paesi dell’Unione europea, Islanda, Norvegia, o presso uno stato extracomunitario collaborativo con il fisco italiano. «Il fatto che non sia stato fornito un dato ufficiale su quanto rimpatriato fisicamente lascia ragionevolmente presupporre che il ritorno di capitali non debba essere stato così soddisfacente e che di conseguenza pochi capitali siano andati a rafforzare le imprese in difficoltà, come auspicato dal ministero dell’Economia», aggiunge Di Tanno. Anche per Giovanni Bandera, partner e responsabile del dipartimento fiscale dello studio Pedersoli & Associati, pochi soldi sono finiti nelle casse delle aziende in difficoltà. «Gran parte di quanto rientrato è stato investito in polizze assicurative con contenuto finanziario, prodotti che permettevano un rimpatrio facile anche per strumenti complicati come gli hedge fund», sostiene Bandera.
Il flusso dovrebbe continuare fino alla fine di aprile, col nuovo scudo. «Il contesto internazionale nei confronti dei paradisi fiscali è cambiato. Le persone hanno capito che si tratta di una ultima chance. Dopo di che i controlli diventeranno più serrati. Già con l’estensione dei termini ad aprile, verranno estesi anche i termini di accertamento che invece di quattro anni saranno pari a otto anni», continua Bandera. Il rischio di tenere i capitali all’estero è sicuramente maggiore, anche perché d’ora in avanti il Fisco partirà dal presupposto che quei soldi sono comunque frutto di evasione e spetterà al contribuente dimostrare il contrario.



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