di Paola Valentini
L’incontro in settimana tra governo e sindacati ha segnato un cambio di rotta nei rapporti difficili avuti in questi anni tra le parti.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha parlato di comune disponibilità al confronto per arrivare a soluzioni condivise, e il segretario generale della
Cgil, Susanna Camusso ha rimarcato «il quadro cambiato» con l’impegno assunto dall’esecutivo a non far trovare le parti sociali di fronte a «decisioni unilaterali». Ma la riunione, cui era presente anche il sottose gretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, non è entrata nel merito dei temi di previdenza e lavoro, ai
quali saranno dedicati altri in contri nelle prossime settimane.
Quindi non si è parlato neanche di uscita anticipata dal lavoro.
Ma non è un mistero il fatto che il premier Matteo Renzi voglia rendere più flessibile il sistema tramite un meccanismo battezzato dallo stesso primo ministro Ape, ovvero anticipo pensionistico, che prevedrebbe un prestito da parte delle banche che anticiperebbero l’assegno (con una decurtazione) fino alla maturazione dei requisiti per la pensione. La misura dovrebbe entrare nella prossima legge di Stabilità e sarebbe dedicata dal 2017 ai nati tra il 1951 e il 1953, i più penalizzati dalla riforma Fornero del 2012 che ha innalzato l’eta della pensione di vecchiaia. Poi, nelle intenzioni del governo, l’Ape potrebbe essere gradualmente prorogata di anno in anno ai lavoratori nati nei trienni successivi. U n a m i s u r a p e r m a n e n t e rischierebbe al contrario di urtare le posizioni di Bruxelles che tiene sempre sotto controllo con estrema attenzione i con ti dell’Italia. Ma è innegabile che il mercato del lavoro debba diventare più flessibile dopo i paletti rigidi introdotti dalla riforma Fornero. «Oggi l’età si allunga, e la nuova legge prevede che tutti debbano andare con il regime contributivo», ha detto Renzi dopo l’incontro con le parti sociali, sottolineando
che «nell’interim vadano trovate delle soluzioni che salvino i contributi ma che permettano a chi vuole di andare in pensione prima».
Oltre all’Ape, nel dossier pensioni allo studio del governo in tema di uscita anticipata sarebbe entrato un altro tema, ovvero quello della flessibilità del riscatto della laurea, cioè il versamento dei contributi per gli anni passati all’università.
Un meccanismo che per anni è stato utilizzato da molti laure ati per avvicinare il momento della pensione. L’idea è rendere più appetibile il riscatto: dando la possibilità di scegliere non solo il numero degli anni da recuperare, ma anche la somma da versare che non sarebbe più legata allo stipendio attuale, considerandolo così un versa
mento volontario di contributi (con impatto sull’importo della pensione). Oggi infatti, a differenza del passato, riscattare la laurea è un’operazione che, a
fronte di un costo non certa mente basso, non permette più a tutti di andare in pensione prima. Infatti dopo l’abolizione delle pensioni di anzianità contributiva, realizzata dalla legge Fornero, oggi il sistema di pensionamento è quello le gato all’età (vecchiaia), oggi fissata a 65 66 anni, ma destinata a salire verso i 70 anni
per effetto dell’indicizzazione alla speranza di vita.
C’è anche la possibilità di usufruire del meccanismo legato agli anni di contributi versati, ma bisogna averne accumulati 41 42. E difficilmente che chi si laurea a 23 24 anni comincia ad avere un lavoro stabile prima dei 27 30 anni. Molto probabilmente, questi lavora tori andranno quasi tutti in pensione con il sistema vec chiaia, cioè dopo aver raggiunto un’età compresa tra i 66 e i 70 anni e dopo aver versato non più di 36 o 37 anni di contributi. In questi casi, anche se venisse aggiunta la contri
buzione relativa a 4 o 5 anni trascorsi all’università, i laureati riuscirebbero a stento a superare la fatidica soglia dei 41 o 42 anni di carriera e ad anticipare il pensionamento, se non di qualche mese.
Per capire a chi conviene oggi il riscatto di laurea, Progetica ha condotto una doppia analisi per lavoratori che oggi hanno 30, 40 e 50 anni di età entrati in attività a 23, 26 o 29 anni (grafico in pa gina). Dalle simulazioni emerge proprio che «solo coloro che han no cominciato a lavorare poco dopo la laurea possono benefi
ciare del riscatto per anticipare il momento della pensione. Per coloro che invece hanno comin ciato a lavorare tardi, verso i 29 anni, non vi è normalmen te nessun beneficio», afferma Andrea Carbone di Progetica.
Resta invece il beneficio in ter mini di aumento dell’assegno. «Dalla simulazione si evidenziabene come il riscatto, anche gra zie alla deducibilità di quanto
versato, sia sempre un’opera zione efficiente da un punto di vista economico. Naturalmente, anche l’incremento di ricchezza media è legato all’età di inizio
della contribuzione», conclude Carbone. (riproduzione riservata)
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